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Prima che arrivassero nelle televisioni di tutto il mondo, notizie e foto della tragedia di Haiti sono passate attraverso Twitter, Facebook e Skype. La rete dei social network ha ‘vinto’ la sfida del blackout dell’informazione. Molti account di Twitter sono diventati punti di aggiornamento informativo. 4000 post hanno ‘cinguettato’ pochi minuti dopo il sisma. A poche ore dalla catastrofe, migliaia di persone hanno potuto preparare i soccorsi, lanciare appelli, organizzare raccolte di fondi tramite i social network.  Su Twitter vi sono messaggi che raccontano i primi momenti del sisma attraverso il racconto minuto dopo minuto del disastro che circonda chi scrive, fino alle tristi invocazioni verso chi non può dare nessuna risposta nemmeno via internet. Nei messaggi le lingue si mischiano, inglese, francese, portoghese e spagnolo.

Questi strumenti tecnologici, spesso troppo invasivi, questa volta hanno superato tutte le barriere ma per comunicare con il mondo. Skype è stato l’unico mezzo grazie al quale l’Ambasciata di Haiti in Italia ha potuto mettersi in contatto con l’isola.  Facebook ha fatto la sua parte, raccogliendo i messaggi di chi poteva postarli da Haiti e ha creato gruppi di solidarietà e di informazione con numeri utili a cui rivolgersi. Inutile dire il numero di  contatti raggiunti dai gruppi in pochi minuti.

Dai social network al più ‘tradizionale’ web.  In poche ore pagine  e blog che contenevano messaggi del tipo “sono vivo” , immagini del disastro apparivano.  Il web è stato invaso da una mole immensa di immagini e notizie. Alcune superflue, altre irritanti e altre utili.

In una situazione apocalittica come quella di Haiti, Internet ha garantito un flusso di informazioni altrimenti non disponibile.

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