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Uno degli esempi più recenti è quello di Haiti. Daniel Morel, fotogiornalista haitiano, riesce a scattare una serie di foto durante il terribile terremoto e le pubblica su twitter. Da qui scatta il piano del truffatore che fa sue le foto e parte il caso di plagio. Le foto fanno il giro del mondo e sono attribuite sia al vero autore che al responsabile del plagio. A tuttoggi circolano immagini con entrambi i copyright. Questo solo uno, ma ben esemplificativo, dei problemi che il fotogiornalista si trova a dover affrontare e spartire con Internet. Per questo caso in particolare è in corso un processo negli Stati Uniti, le conclusioni e le riflessioni a cui porterà saranno, presumibilmente amare e racconteranno le difficoltà dei fotoreporter di far valere i propri diritti rispetto all’era digitale, rispetto alla circolazione spasmodica dell’immagine. Aspetteremo la sentenza dopo il 17 giugno.

Sembra che la regola dominate sia: chi ha in mano la foto automaticamente ha i suoi diritti che equivale a dire chi ne ha copia sul proprio pc ne può dichiarare la proprietà. Altro aspetto da non sottovalutare,  è che nella quotidiana guerra per lo scoop, per le breaking news, nel mercato globale del giornalismo, non ci sia più tempo per valutazioni etiche o per la correttezza. A questo va aggiunta la questione economica: oggi in rete si trovano immagini a due o tre euro e quindi perchè un editore dovrebbe pagare un professionista di più? A rigor di logica e ad essere corretti dovrebbe vincere la qualità, la professionalità ma in un mondo così a prevalere è la quantità di Internet.

Ai ‘nuovi’ problemi se ne aggiungono di ben noti nei confronti del fotogiornalismo. La storica disattenzione da parte degli organismi che tutelano la professione giornalistica, per lo meno in Italia, il blocco delle tariffe pagate ai liberi professionisti e l’inconsistenza dei compensi e infine  l’abitudine dei quotidiani nazionali a non attribuire legittima propietà  alle foto pubblicate.  A questi ancora voglio aggiungere la crisi generale in corso, l’aumento di concorrenza dei non professionisti, il mancato rispetto del diritto d’autore e infine i sempre più severi divieti e le restrizioni sugli scatti in pubblico. In Italia la situazione è questa.

In un bel discorso pre-elettorale Rodolfo Valentini, ad aprile, l’allora consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, afferma che non sarà più possibile pubblicare fotografie che provengono da chiunque. L’ODG  si impegna a rimettere le cose a posto. Vi saranno dei controlli che passeranno nelle mani della Guardia di Finanza. Rimane il fatto che sarà necessario confrontarsi con le Leggi dello Stato e con strumenti giuridici sofisticati che coinvolgono la stessa libertà d’informazione.

Per capire che il problema è ben più ampio di quanto scritto, aggiungo due righe riguardanti la situazione in Francia. Più di 3000 posti di lavoro sono stati soppressi dal 2009, secondo i sindacati dei giornalisti. I piani per il 2010 non sembrano molto diversi. I fotoreporter sono in pole position nei licenziamenti. La soluzione alla crisi per gli editori è a portata di mano, le inesauribili fonti di immagini in rete ben più economiche.

La ricerca del minimo costo può pesare negativamente sulla qualità del contenuto informativo. Ora che chiunque ha a disposizione un mezzo per ‘raccogliere’ immagini ha senso il fotogiornalismo? Forse, come per il più ampio discorso relativo al mutamento in corso del giornalismo, la risposta sta nel tipo di utilizzo dell’immagine. Il reportage, così come l’inchiesta devono rimanere una prerogativa della professione del fotoreporter che ha le competenze e le qualità per svolgere il proprio lavoro e non va dimenticato che ci sono ancora fotoreporter che muoiono mentre svolgono la loro professione.

La lotta ingaggiataè fra qualità e quantità e ad arbitro sembra esservi solo il web.

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